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il tuo psicologo-psicoterapeuta a Roma
a cura della
Dott.ssa Marina Pisetzky
Psicologa Psicoterapeuta

iscrizione all'Ordine Psicologi del Lazio n° 6419

 

 
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CONTRIBUTI

PSICOANALITICI ALLO

STUDIO DELL'ALCOLISMO
Marina Pisetzky.

L’alcolismo è un fenomeno complesso ed eterogeneo che può essere studiato da più punti di vista focalizzandone le diverse componenti. Nonostante questo lavoro verta sui contributi psicoanalitici, è importante definire in termini più ampi e globali il problema, grazie al riferimento apportateci dal D.S.M. III , che spiega il fenomeno come una sindrome di dipendenza:

“la manifestazione essenziale del disturbo è rappresentata da un insieme di sintomi cognitivi, comportamentali e fisici che indica-no che il soggetto ha una difettosa capacità di controllare l'uso della sostanza psicoattiva, e continua ad assumerla nonostante il manifestarsi di conseguenze avverse. I sintomi della sindrome di dipendenza includono, anche se sono limitati ad essi i sìntomi della tolleranza e dell'astinenza".
"La dipendenza, come viene qui definita è classificata in diversi gradi di gravita e vengono forniti dei parametri per la dipendenza lieve, moderata o grave".


Quindi l'alcolismo in un contesto diagnostico-psichiatrico viene considerato come una sindrome (come un insieme di sintomi che danno origine ad uno specifico quadro patologico).
La tendenza prevalente dell'approccio psicoanalitico è studiare l'alcolismo, non come una patologia specifica ma come un sintomo di strutture patologiche sottostanti, che possono variare. L'attenzione quindi viene spostata verso i disturbi della personalità.
Per, Casini, Bartocci, Finto, la configurazione degli stati etilici secondo la dimensione nevrotica o psicotica che emerge nella personalità dell'etilista è piuttosto confusa. La confusione aumenta quando, c'è un bisogno di interpretare la sintomatologia propria di questa situazione, dimenticando che su un certo tipo di struttura, si innesta una patologia che è prodotta dall'oggetto alcool sul sistema nervoso
Mi sembra utile citare il pensiero di P.Perrotti per capire come la psicoanalisi si situa all'interno del dibattito sull'alcolismo: "Se un uomo ricorre alla droga, è perché è divorato internamente da un 'male occulto,' alla psicoanalisi interessa riportare a galla le cause di questo male, e di ampliare la libertà di decidere e di vivere di questo individuo" (Perrotti, 1982, 29).
Nel lavoro di ricerca, mi sono resa conto che non si può parlare di una teoria globale sull'alcolismo, nonostante alcuni autori abbiano tentato una sistematizzazione dell'argomento, ma di singoli contributi che si situano all'interno delle linee principali del pensiero psicoanalitico; vengono messi a fuoco quindi, le strutture dell'Io dei pazienti, i sistemi di difesa, le fissazioni della libido, le regressioni che agiscono nel soggetto alcolista, e non ultime le relazioni con le figure genitoriali e in special modo la figura materna.
Il primo punto essenziale entro il quale vi è un evidente omogeneità, è il rapporto tra oralità ed alcolismo.
Il primo autore che se ne è interessato è S. Freud in "Tre Saggi sulla teoria sessuale" e precisamente al paragrafo riguardante l'azione del succhiare, Freud spiega:

"E' da supporreche vi arrivino tuttiquei bambini nei quali l’importanza erogena della zona orale è costituzionalmente rafforzata. Se tale importanza persiste, questi bambini diverranno da adulti dei raffinati in fatto di baci, (.,.). o da uomini avranno una forte inclinazione al bere o al fumare.tf (Freud, 1905,..492)


Appare in questo lavoro molto importante l'origine di teorizzazioni posteriori che rapporteranno la nascita della patologia alcolica ad una fissazione o regressione allo stadio orale della libido.

Come per Freud, anche per Abraham, l'alcolismo dipende da una fissazione allo stadio orale, causata da uno spostamento di cariche libidiche rimosse. La sostanza tossica, provoca un soddisfacimento sostitutivo di attività frustrate.
Anche Rado, autore che si è interessato in maniera sistematica e approfondita di tossicodipendenza, pubblicando articoli dal 1926 al 1963 ha messo in luce dei punti degni di interesse circa il rapporto tra oralità e alcolismo.
Per Rado la sostanza tossica, permette all'individuo un piacere talmente intenso che può essere equiparato a! piacere dato dall'orgasmo genitale, ma se nell'orgasmo, le sensazioni di benessere perdono velocemente la loro caratteristica locale, nell'intossicazione ciò non avviene, permettendo un prolungamento del piacere stesso.
Questa soddisfazione con l'andar del tempo si sostituisce al piacere genitale e, facendo indebolire il primato genitale porta alla luce le organizzazioni pre -genitali.
La zona orale, in quest’ambito acquista un ruolo fondamentale ed ha grande importanza nello sviluppo dell'alcolismo.
Rado analizza le sensazioni piacevoli dello stomaco pieno (replezione) e come queste sensazioni si estendono all'intero organismo specialmente durante i primi periodi di vita dell'individuo. Se in alcuni adulti questa sensazione è andata persa, in altri questo processo è sopravvissuto alla funzione fisiologica primaria a cui Rado da il nome di "orgasmo alimentare".
La stimolazione della zona orale quindi, può produrre questo piacere misterioso, e l'orgasmo alimentare , diventa così un raffinato meccanismo psicofisiologico per procurare soddisfazione.
L'orgasmo farmacotossico, spiega l'autore, sembra essere una riedizione dell'orgasmo alimentare sorpassandolo nella peculiare caratteristica di piacere.
Anche per Rado quindi, l'alcolismo rappresenta una soddisfazione sostitutiva del piacere genitale ed è in stretta relazione con il piacere orale.
Glover prende invece in considerazione le fasi di sviluppo psichico, analizzando eventuali traumi in corrispondenza con gli aspetti normali ed anormali della funzione mentale adulta.
Sottolinea che un conflitto sadico orale molto intenso durante il primo anno di vita del bambino, può dare origine a forme gravi di alcolismo nell'età adulta.
Bergler invece, prende in considerazione i tratti di personalità orale, analizzando il meccanismo dell'oralità : l'alcolista è un individuo che si crea inconsciamente situazioni nelle quali viene deluso e respinto a causa di ciò si getta con una grande aggressività contro chi ha operato questi rifiuti, che sempre autocostruiti, rivelano come atto finale un autocompassione facendo godere il soggetto di un piacere masochista. Questa triade come appare evidente diventa un circolo vizioso entro cui l'alcolista attua questa dinamica patologica.
Altri autori invece si sono soffermati sul ruolo e l'importanza della figura materna nello sviluppo della patologia alcolica.
Knight spiega che il rapporto con la madre spesso è una causa concomitante nella patologia alcolica: ella è eccessivamente indulgente e protettrice e pronta a soddisfazioni eccessive che portano il bambino ad aspettative esagerate; quando per qualche causa la madre viene a mancare, produce nel bambino un senso di tradimento. Gli alcolisti sono dei bambini e degli adolescenti difficili e i loro padri sono quasi sempre freddi e si mantengono distanti nell'ambito familiare e i loro contatti con il bambino avvengono sempre tramite la madre che mischia sconsideratamente indulgenza e severità.
Anche Bergler nel suo lavoro sulle nevrosi orali, mette in evidenza come la gioia del bere nell'alcolista, rappresenta il bisogno di sentirsi indipendente e di trionfare su una madre rifiutante di cui l'alcolista non ha bisogno.
Per Fenichel invece le difficili relazioni familiari hanno dato origine a disillusioni orali nell'infanzia determinando una fissazione orale nell'età adulta, con tutte le conseguenze che tali fissazioni portano alla struttura di personalità. Nei maschi inoltre, spiega Fenichel, vi è una delusione specifica nei confronti della madre con un allontanamento ed un'avvicinamento al padre.
Un altro tema preso in esame in maniera piuttosto compatta, è il legame tra omosessualità e alcolismo.
Il primo autore che si è interessato a questa relazione è stato K. Abraham che nel suo articolo del 1908 dal titolo "Relazioni psicologiche tra sessualità e alcolismo" spiega come nella quotidianeità l'uomo tende a rimuovere e a sublimare impulsi di tipo omosessuale, i quali vengono manifestatamente alla luce grazie all'influsso dell'alcool.
Questo punto verrà ripreso in considerazione e rielaborato da Ferenczi il quale evidenzia che l'alcool mediante la sua opera di distruzione delle sublimazioni mette in risalto la vera costituzione sessuale: cioè la scelta omosessuale.
Anche Freud nel 1910 analizza nel caso clinico del "Presidente Schreber", il conflitto centrale della paranoia che secondo lui è generato dalle fantasie di desiderio omosessuali.
Questo desiderio non è cosciente ma viene proiettato sulla compagna la quale è ingiustamente accusata di amare tutti gli uomini che il marito è tentato di amare.
Il rapporto omosessualità e paranoia nell'alcolista, sarà preso in esame un anno dopo da Ferenczi il quale si troverà coinvolto in prima persona in un caso di paranoia di un suo dipendente.

Tausk mette in evidenza una forte fissazione narcisistica omosessuale nell'alcolista e l’alcool rappresenta un vero e proprio oggetto omosessuale, che si consuma quasi sempre tra persone dello stesso sesso ; naturalmente Tausk fa riferimento ad un'omosessualità che è destinata rimanere inconscia.
Per Rado invece, l'omosessualità dell'alcolista, è il risultato del rafforzamento di erotismi pre-genitali. Altri autori hanno invece preso in esame altri tipi di perversione presenti nel soggetto alcolista.
Per Bergler e Knight questo malato è fondamentalmente masochista, sebbene questa assimilazione non trova tutti gli autori concordi, come ad esempio Pomari che critica, questa relazione, poiché per lui troppo imprecisa e semplicistica dato che nell'alcolista all'ultimo stadio non vi è più un finalismo libidico ( presente invece nell'individuo masochista ) ma un autodistruttivismo e un istinto di morte molto prepotente.
Altri autori, specialmente quelli che si interessano alle relazioni oggettuali, hanno messo in evidenza, come l'alcool rappresenta un oggetto buono quando viene internalizzato, permettendo un rafforzamento della componente buona del super Io, e come oggetto cattivo "il mattino dopo", quando l'alcolista si risveglia con i postumi e divorato dal rimorso.
Anche Glover spiega che la droga rappresenta per l'inconscio, un oggetto dotato di caratteristiche di amore ed odio che erano state attribuite ai genitori nei primi anni di vita. Per Rosenfeld la droga rappresenta sia le parti cattive che buone del sé che diventano oggetti scissi, tramite i meccanismi paranoidi.
Per quanto riguarda l'inserimento dell'alcolismo entro patologie nosologiche conosciute, vi è un'eterogeneità, dovuta alle diverse analisi e ai diversi casi cimici presi in esame dai diversi autori.
Se alcuni hanno assimilato l'alcolismo alla psicosi maniaco depressiva come ad esempio Rosenfeld, altri autori hanno evidenziato nella dipsomania una coazione a ripetere attuata da meccanismi ossessivi, come ad esempio Fenichel; interessante a questo proposito il pensiero di Glover che segna il bisogno di far luce nella patologia alcolica, inserendola nei "gruppi di transizione" identificabili tra la psicosi e la nevrosi ossessiva.
A Questo proposito mi sembra interessante chiarire il punto di vista di alcuni autori francesi recenti (De Mijolla, Shentoub, Clevreaul, Descombey) che si pongono in antitesi con gli autori precedenti; essi hanno sviluppato la loro attenzione, sulla possibilità di attribuire alla patologia alcolica una dignità nosologica autonoma. Se questo progetto può sembrare azzardato, poiché è evidente che nel la maggior parte dei casi si innestano disturbi di personalità più o meno gravi, riconducibili alla nosografia già conosciuta, il loro intento critico, è riuscire ad analizzare questa patologia non solo dal punto di vista teorico, ma anche applicativo in maniera nuova; cambiando il punto prospettico, e mettendo in risalto quindi, maggiormente le caratteristiche di differenziazione piuttosto che quelle che accomunano l'acolista con le altre patologie, per far sì che questi malati vengano riconosciuti come tali e curati adeguatamente.
Ultimo punto molto importante, è come intervenire con il paziente alcolista a livello terapeutico. Non tutti gli autori se ne sono interessati, malgrado ciò quasi tutti rimarcano le difficoltà di lavoro con questo malato. Primo fra tutti, che ha dedicato molto tempo al lavoro questo tipo di paziente, all'interno del sanatorio, è Simmel, il quale è dell'idea, che la psicoterapia in ospedale, fornisce la possibilità di maturazione dell'Io perché tenta di risanare la ferita narcisistica dell'alcolista, e cita la possibilità di inserire il paziente alcolista entro gruppi di auto aiuto. Per Glover invece il primo passo per la cura è l'astinenza, e solo dopo il lavoro verterà nell'analisi della patologia sottostante. Non si dimostra dello stesso parere Shentoub il quale è dell'idea che il malato alcolista momentaneamente svezzato, continua a mantenere con il progetto di bere una relazione che si sostituisce al principio di realtà. Il 'progetto di bere 'rimane una variabile con la quale il terapeuta deve fare i conti.

 

SUMMARY


In this article I have analyzed the principles themes concerning alcoholism faced by authors of psychoanalytic orientation.
During this research I realized that it is not possible to refer to a global theory even if some authors have attempted a systematization of the argument.
For this reason I have examined the most interesting subjects and the mainly discussed by the authors: the relationship between: orality and alcoholism, homosexuality and alcoholism, mother imago and alcoholism, and personality's structure and alcoholism.

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Marina Pisetzky - laureata in Psicologia, sta completando il suo training di formazione in Terapia Umanistico Esistenziale presso L'A.S.P.I.C. di Roma.
Collabora presso la cattedra di "Psicologia Dinamica" della facoltà di Psicologia dell'Università di Roma.