Header image  
il tuo psicologo-psicoterapeuta a Roma
a cura della
Dott.ssa Marina Pisetzky
Psicologa Psicoterapeuta

iscrizione all'Ordine Psicologi del Lazio n° 6419
 
line decor
  Roma  :    
line decor
 
 
 
 
 
 

Consulenze e Psicoterapia :

Quando iniziare una psicoterapia

Per iniziare un percorso psicoterapeutico , non è necessario stare male.
Dalla mia esperienza ormai decennale mi sono resa conto , chi arriva in psicoterapia con il desiderio di fare un percorso di crescita  e di cambiamento ha grandi benefici.
Spesso mi piace dire ai miei pazienti , che la psicoterapia è un po’ un laboratorio dove ognuno sperimenta le proprie difficoltà , incertezze , e mette in atto delle potenzialità di creazione e problem solving ogni volta differenti e creative per operare un cambiamento . QUINDI IN TERAPIA SI SPERIMENTA IL NUOVO CHE VA BENE PER NOI.

Mi piace pensare che la psicoterapia sia un’ opportunità per ogni individuo per condurre un percorso verso la consapevolezza la propria autodeterminazione, la  congruità verso il mondo esterno e la spontaneità creativa e trovare forme di evoluzione e sviluppo personali e uniche nel percorso della propria esistenza.

Il terapeuta in questo contesto prende per mano accompagna senza forzare ma avendo ben chiaro dove andare e come fare contiene aiuta , sostiene ma non decide niente non da ricette pronte perché non ci sono ognuno ha il suo percorso unico e speciale da percorrere.
(Ciò non toglie che molti pazienti iniziano un percorso perché hanno un disturbo oppure una difficoltà relazionale , intrapsichica , o evolutiva che crea a volte un terremoto nella vita di coppia , familiare  personale o lavorativa in questi casi il disturbo diventa il mezzo per il quale l’individuo si avvicina al percorso terapeutico e sicuramente diventa anche un modo per avvicinarsi a parti più profonde a volte un pochino abbandonate o esiliate dalla nostra  personalità nel percorso terapeutico il sintomo è una richiesta specifica dell’ individuo ed un canale che permette  un contatto più diretto con gli strati sub corticali profondi del cervello.


 Torna all'indice

Durata complessiva della cura psicoterapeutica e sua conclusione

La durata media di un buon trattamento psicoterapico, nelle condizioni più diffuse di psicopatologia nevrotica, è di 40-60 sedute individuali, associato ad 30-35 di gruppo.
Tuttavia questa non è altro che una generica indicazione medio-statistica. Nella pratica il decorso e la durata di un completo trattamento psicoterapeutico dipende da una moltitudine di fattori, alcuni dei quali del tutto imprevedibili all'inizio. Il che vuol dire che si vanno manifestando e scoprendo durante il trattamento stesso. Alcuni di questi fattori sono propri della patologia e possono presentarsi anche molto resistenti al trattamento.
Tuttavia nessuno che voglia seriamente usufruire del trattamento psicoterapeutico, dovrebbe illudersi di potere ottenere uno stabile vantaggio definitivo, prima di 50-70 sedute, le quali devono svolgersi il più possibile regolarmente, cadenzate, di solito, una volta ogni settimana. Così come nessuno dovrebbe illudersi di potere vedere ben presto dei veri vantaggi di "guarigione", pur essendo vero che già sin dalle primissime sedute, molti si sentono già meglio. Però è altrettanto vero che molti devono aspettare ben oltre le prime dieci/quindici sedute, prima di cominciare a sentire dei reali miglioramenti.
A quanto sopra detto, tuttavia, corrispondono non poche eccezioni: persone che possono concludere molto bene anche prima della durata media e altre persone che per concludere bene, devono andare oltre la durata media.

In tutti i casi la conclusione della psicoterapia, deve avvenire nel seguente modo:

  • il paziente ad un certo punto del trattamento comincia a rendersi conto di sentirsi nettamente meglio rispetto a prima e che questo miglioramento si presenta stabile: lo dovrà comunicare al terapeuta, insieme alla sua eventuale intenzione di prepararsi alla conclusione del trattamento.
  • il terapeuta, da parte sua, sarà già consapevole di diversi dati osservati nel paziente, che gli daranno modo di giungere ad una sua valutazione, indipendentemente da quanto gli comunica il paziente: tuttavia è da tenere ben chiaro in mente, che molto difficilmente sarà il terapeuta a comunicare al paziente che è giunto il momento di concludere. Questo accade perchè il terapeuta non può stabilire in proprio i tempi necessari al paziente, nè può decidere nulla sulla volontà, il bisogno o il desiderio del paziente di usufruire della psicoterapia.
  • per cui la fase conclusiva, che richiede un processo di graduale rallentamento e cessazione, inizierà dopo che il paziente avrà comunicato la sua volontà, sempre che anche lo psicoterapeuta sarà concorde sull'opportunità della conclusione: il terapeuta comunicherà, se richiesto, il suo parere sulla volontà di conclusione espressa dal paziente.

E' molto deleterio non concludere secondo i passaggi appena descritti. Quando il paziente dovesse interrompere bruscamente il trattamento, senza coordinarsi con il parere del terapeuta, o peggio senza tenerne conto, o ancora molto peggio interrompendo bruscamente senza preavviso, egli perderebbe la possibilità della cessazione gestita secondo le procedure cliniche previste per la conclusione e in molti casi il paziente può andare incontro a peggioramenti, o a perdite significative di quanto fino a quel momento conseguito.


 Torna all'indice  

Consulenze e Psicoterapia individuale

La psicoterapia è una forma di trattamento basata sulla parola. Nel colloquio con il terapeuta la persona viene aiutata a verbalizzare sensazioni, sentimenti, stati d'animo, affetti legati ai comportamenti ritenuti per lei inadeguati alle situazioni di vita. Il terapeuta offre un aiuto e una guida e, attraverso l’utilizzo di pratiche specifiche, partecipa al raggiungimento di un obiettivo di benessere o di realizzazione personale.L’obiettivo è aiutare la persona a comprendere i modelli relazionali che gli creano sofferenza e a cercare delle alternative più adeguate. Il malessere psicologico di un individuo può manifestarsi in modo generalizzato o presentarsi con diversa intensità nei diversi contesti relazionali.

A volte si avvertono problemi ricorrenti sul lavoro, o in famiglia o nelle relazioni di coppia o nell'ambito della sessualità; che procurano all'individuo una condizione critica e ripetitiva. Le relazioni instaurate nei diversi contesti hanno infatti ripercussioni diverse sulla persona che, per risalire a quei meccanismi relazionali che le procurano sofferenza, deve essere aiutata ad analizzare se stessa all’interno di diversi tipi di relazione. La mia formazione è di tipo umanistico esistenziale integrata, che consente di realizzare e progettare trattamenti confezionati su misura adattando la metodologia alle caratteristiche soggettive dell’utente. Il contributo migliore che da la psicoterapia umanistico integrata, è centrata sull’alta qualità del processo relazionale e intersoggettivo a favore della salutogenesi trascendendo i sintomi specifici e incrementando la soddisfazione, la gioia per la propria vita. Attivando tutte le risorse per essere creativi . Come giustamente fa notare il prof Edoardo Giusti la creatività va di pari passo con lo star bene : “quando smettiamo di creare iniziamo a creare sintomi”.


 Torna all'indice

Psicoterapia di coppia

Poche situazioni suscitano ansietà e sofferenza come la crisi di coppia. Essa coinvolge, prima o poi, ogni coppia ed è un momento carico di rischi, ma anche di possibilità positive. Il rischio è quello di una situazione di stallo o della fine del rapporto e della separazione; la possibilità positiva è quella di un suo rinnovamento.
La ricerca psicologica ha evidenziato che incorrono maggiormente nella separazione quelle coppie che affrontano la crisi negandola o combattendola, non possedendo gli strumenti e le capacità per affrontarla e risolverla adeguatamente.Molte persone pensano che il conflitto sia la causa della crisi e che la coppia funzioni solo in assenza di conflitto, ma questa credenza è profondamente falsa: la causa della crisi non è il conflitto, ma l'incapacità di affrontarlo e risolverlo adeguatamente.
Il superamento di una crisi può svolgere importanti funzioni sul piano della crescita personale e di coppia. La crisi ci obbliga ad interrogarci su come vanno le cose, a dialogare con noi stessi e con la persona che ci sta accanto, per capire cosa c'è che non funziona; essa ci obbliga al cambiamento che comporta delle scelte, implica la rinuncia a qualcosa a favore di qualcos'altro. La crisi può essere vista come un'occasione per continuare a scegliersi, per riscoprire in se stessi e nell'altro qualcosa di nuovo, d’unico, d’utile per perseguire un progetto comune che vede entrambi vincitori. Sicuramente un sostegno e un aiuto esterno può permettere alla coppia di intraprendere un percorso di crescita della coppia e un sostegno per superare le difficoltà.


 Torna all'indice

Mediazione familiare

Che cos'è la mediazione familiare?

La mediazione familiare è un tipo di intervento volto alla riorganizzazione delle relazioni familiari e alla risoluzione o attenuazione dei conflitti in caso di separazione o di divorzio. Il percorso di mediazione rappresenta una valida alternativa alla tradizionale via giudiziaria: il suo scopo è quello di consentire ai coniugi che scelgono di porre fine al proprio vincolo matrimoniale di raggiungere, in prima persona, degli accordi di separazione e di essere artefici della riorganizzazione familiare che andrà a regolare la vita futura loro e dei loro figli. La mediazione familiare mira a creare un setting specifico, uno spazio e un tempo "neutro" dove i coniugi abbiano la possibilità di "ripensarsi" come coppia, o come coppia che si separa ma che rimane unita nell'esercizio della funzione genitoriale: qualora la separazione dovesse essere l'opzione scelta, i coniugi durante il percorso di mediazione avranno l'opportunità di riorganizzare emotivamente e pragmaticamente la loro vita. Attraverso un percorso strutturato di negoziazione si giunge a degli accordi "ragionevoli e mutualmente soddisfacenti" su tutti gli aspetti inerenti il divorzio: modalità di affidamento dei figli, calendario delle visite per il genitore non affidatario, assegno di mantenimento, divisioni patrimoniali, spartizione dei beni ecc...

. In mediazione, quindi, i coniugi lavorano insieme con il mediatore per il raggiungimento di un obiettivo concreto: l'elaborazione di accordi di separazione che saranno poi presentati al giudice per ottenere la ratifica ufficiale necessaria. La mediazione, che raramente prevede la presenza dei figli (specialmente se piccoli) rappresenta anche il modo migliore per i minori di vedere tutelati i loro diritti, bisogni ed interessi: se, infatti, il mediatore non interviene mai in merito al contenuto degli accordi, sui quali soltanto i coniugi hanno diritto di parola, egli ha comunque il dovere di opporsi a quelle decisioni che con evidenza minaccino l'interesse dei bambini.

Sono allora i figli, "i terzi assenti nel processo di mediazione", i beneficiari privilegiati di questo tipo di intervento. La mediazione familiare si presenta allora come un aiuto concreto ai padri e alle madri che intendono ripensare in maniera intelligente e costruttiva alla riorganizzazione del ménage familiare, evidentemente destrutturato dalla crisi coniugale. In mediazione non ci si occupa del passato e dei motivi che hanno condotto la coppia alla decisione di separarsi, almeno che questi aspetti non servano effettivamente per costruire quel tavolo delle mediazioni che farà da base all'attività negoziale dei coniugi. L'attenzione dei protagonisti si soffermerà soprattutto sui ruoli presenti e futuri e su tutti gli aspetti di gestione del nuovo assetto familiare. La mediazione familiare non è necessariamente rivolta alle coppie che hanno già deciso di separarsi: in quanto servizio di aiuto in caso di conflittualità familiare, possono recarsi dal mediatore tutti coloro che vivono una situazione di conflitto in famiglia e che sentono il bisogno di trovare uno spazio neutro in cui confrontarsi per chiarire la propria posizione, le proprie idee, o ritrovare un proprio ruolo coniugale o genitoriale corroso dal tempo o da situazioni conflittuali.

La mediazione familiare, dunque, serve:

  • ad aiutare i coniugi in via di separazione a trovare accordi "mutualmente soddisfacenti" per entrambi su ogni aspetto della separazione (affidamento dei figli, calendario delle visite, aspetti economici e patrimoniali). Soltanto in questo modo, infatti, le parti saranno interessate a rispettare gli accordi nel tempo;
  • a migliorare l'intesa e la comprensione, ristabilire un canale di comunicazione magari interrotto da anni, migliorare l'intesa e la comprensione fra le parti, promuovere un dialogo costruttivo e chiaro fra gli ex coniugi in vista di una collaborazione futura come genitori;
  • a coadiuvare i cambiamenti emotivi, psicologici, pragmatici ed organizzativi che accompagnano la separazione;
  • ad aiutare a prevenire la sofferenza generale provocata dalla crisi coniugale, ed evitare che la crisi coniugale sfoci in una conflittualità dannosa e distruttiva;
  • ad offrire uno spazio neutro di dialogo e confronto costruttivo;
  • a tutelare il benessere e i diritti dei minori coinvolti;
  • a promuovere il rispetto fra i genitori;
  • ad "umanizzare il divorzio". Da un punto di vista psicologico, infatti, la capacità di separarsi civilmente rappresenta il modo migliore per dirsi addio e per chiudere in positivo e dignitosamente un capitolo della propria vita. E per continuare entrambi ad essere protagonisti, anche se da lontano, della crescita dei propri figli: ci si può separare come coniugi, ma non ci si può mai separare dal proprio ruolo di genitori.

 

A chi si rivolge la mediazione familiare?

  • ai coniugi che hanno deciso di porre fine al proprio matrimonio
  • a quelli che stanno pensando di farlo
  • alle coppie in crisi indecise sul da farsi
  • alle coppie già divorziate che intendono rivedere i propri accordi

    Torna all'indice

La legge sull’affido condiviso

Tra le modifiche più importanti apportate dalla legge 54/2006, occorre fare un cenno rilevante all’art. 155 sexies, il quale dice che qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’art. 155 c.c. per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli. La mediazione familiare è espressamente consigliata dalla legge sull’affidamento condiviso, il cui spirito è quello di diminuire la litigiosità fra i genitori, le cui diatribe troppo spesso si ripercuoto sui figli, che sovente si trovano al centro di situazioni dolorose in cui i genitori proseguono i loro conflitti utilizzando i figli come mezzo per ferire l’altro coniuge.

 

La mediazione familiare, oltre che rivelarsi uno strumento utile per trovare accordi adeguati, si presenta come una concreta possibilità di ascolto in una situazione di crisi e di cambiamento, perchè di fronte ad una separazione c’è sempre la necessità di ridisegnare le relazioni familiari. Sia i genitori, ma anche i figli, possono riuscire in questo contesto ad avere uno spazio dove i bisogni e le esigenze possano essere riconosciuti per il raggiungimento di nuovi equilibri. In tutti i conflitti familiari infatti, la sofferenza dei figli è determinata più che altro dalla conflittualità che spesso, durante e dopo la separazione, rimane irrisolta, latente e perdurante, e si manifesta in tutta la sua ampiezza proprio nella cura dei figli. In questo senso, la mediazione può essere considerata uno strumento utile per riuscire ad accorciare il divario che esiste tra l’evento separazione e un nuovo modo per vivere la genitorialità. Ad essa è affidato l’impegnativo compito di accompagnare i genitori coinvolti nel conflitto a trasformare la diade “diritti e doveri”, tanto ricorrente in tema di conflitti familiari, nel diverso rapporto tra responsabilità e libertà, che si realizza attraverso un cammino di crescita personale, che passa necessariamente attraverso la consapevolezza che il disaccordo è solo la parte cosciente di altri sentimenti più profondi, costituiti dai sensi di colpa, ira, rabbia, il più delle volte inconsci, che minano dall’interno.Il processo di mediazione assume proprio questa parte non manifesta del conflitto, portandolo alla luce, in modo da ridare la parola alle parti perché possano ri tracciare il loro cammino. Analizzando la legge, per il ricorso alla mediazione familiare è necessario il consenso delle parti, e una valutazione di opportunità da parte del giudice. Qualora si decida di seguire il percorso di mediazione, il giudice, prima di adottare i provvedimenti previsti dalla legge, deve attendere il tempo necessario al compimento degli incontri di mediazione, che si diversifica in funzione della conflittualità esistente tra i coniugi. Il mediatore E’ UN ESPERTO SCELTO DALLE PARTI; per questo motivo il professionista non ha nessun obbligo di relazionare al giudice quanto riferito durante gli incontri. Soltanto nel caso in cui si raggiunga un accordo, allora lo stesso verrà portato in Tribunale per la sua omologazione. Nello svolgimento della sua opera, il mediatore INVITA LE PARTI AL DIALOGO, con l’obiettivo di condurle ad una consapevole ricerca dei problemi scaturenti dal conflitto, soprattutto in un’ottica di tutela dei figli. E’ inoltre tenuto all’OSSERVANZA DEL SEGRETO PROFESSIONALE, per ciò che concerne lo svolgimento della sua attività. Allo stato attuale quindi, la mediazione di presenta come un percorso autonomo rispetto all’iter giudiziale, della separazione e del divorzio. E’ fondamentale ricordare che si tratta sempre di un percorso volontario, che le parti potranno liberamente scegliere di intraprendere.

Torna all'indice