Cosa sono i disturbi del comportamento alimentare?
I disturbi del comportamento alimentare sono patologie caratterizzate da una preoccupazione estrema circa il peso e la propria immagine corporea, una intensa paura di diventare grassi, la ricerca della magrezza che si traducono in una alterazione del comportamento alimentare che, a seconda del tipo di disturbo - anoressia, bulimia, disturbo del comportamento alimentare Non Altrimenti Specificato (NAS) – comporta diete restrittive, vomito autoindotto, abuso di lassativi e diuretici, attività fisica ed episodi di abbuffate.
L’anoressia nervosa è caratterizzata da: peso al di sotto dei limiti consentiti per età e altezza; una estrema paura di diventare grassi; una eccessiva influenza della forma e del peso corporeo nel determinare l’autostima; amenorrea nelle donne e diminuita potenza sessuale negli uomini.
La bulimia nervosa è caratterizzata da: abbuffate, che non portano ad un aumento di peso corporeo per l’adozione di comportamenti compensatori di controllo quali la dieta restrittiva, il vomito auto-indotto, l’abuso di lassativi e/o diuretici, l’abuso di farmaci anoressizzanti, l’attività fisica eccessiva; un’eccessiva influenza della forma e del peso corporeo nel determinare l’autostima; alterazioni del ciclo mestruale nelle donne.
I disturbi del comportamento alimentare Non Altrimenti Specificati (NAS) sono patologie legate all’alimentazione che tuttavia non soddisfano appieno i criteri per l’anoressia e la bulimia nervose. Tuttavia, non per questo debbono essere considerati meno pericolosi. Tra questi disturbi vengono compresi, il disturbo da alimentazione incontrollata o binge eating disorder e la night eating syndrome.
Quali sono le cause dei disturbi del comportamento alimentare?
Non si conoscono le cause che determinano un disturbo del comportamento alimentare. Nel loro determinarsi, così come nel loro perpetuarsi, interverrebbero una serie di fattori: biologici e psicologici individuali, fattori familiari e fattori socio-culturali.
I fattori individuali
Tra i fattori individuali, quelli biologici spiegano la maggiore diffusione dei disturbi nelle donne rispetto agli uomini in quanto le donne presentano: una maggiore resistenza alla fame; una prevalenza maggiore di tessuto adiposo; una maggiore predisposizione alla depressione endogena; maggiori variazioni ormonali durante pubertà.
Per quanto riguarda i fattori psicologici, caratteristiche di personalità che possono predisporre allo svilupparsi di un disturbo dell’alimentazione sono: la difficoltà nell’identificare stati e sensazioni interne; la sensazione di inefficacia; la scarsa autostima; la scarsa auto-consapevolezza; l’ossessione per il perfezionismo; la paura di diventare adulti.
I fattori familiari
I fattori familiari sono implicati: la scarsa comunicazione; le cattive relazioni familiari; la mancanza di risoluzione dei conflitti; l’iperprotettività; la rigidità e la mancanza di adattamento; la mancanza di coesione tra i membri; la mancanza di confini; le alte aspettative da parte dei genitori; i convincimenti cognitivi e comportamentali errati della famiglia circa l’alimentazione, i problemi di peso e l’apparenza fisica; la pressione esercitata dai familiari sull’apparenza e l’aspetto fisico; una storia familiare di depressione o abuso di alcool; una storia di abuso psichico, fisico o sessuale durante l’infanzia e l’adolescenza.
I fattori socio-culturali
Tra i fattori socio-culturali ritroviamo l’insoddisfazione per il proprio corpo determinata dall’incremento degli standard della magrezza e della bellezza veicolati dai media, insieme con la relativa incapacità di molte donne a raggiungerli. Sono, inoltre, altamente apprezzati nella nostra società l’autocontrollo, il perfezionismo, l’ossessività e il bisogno di successo caratteristici di un disturbo dell’alimentazione.
Le donne si trovano ad essere bombardate attraverso la televisione, il cinema, le riviste, da immagini di bellezza e adeguatezza che promettono successo attraverso la magrezza. Alle donne viene, però, chiesto di conformarsi a queste immagini senza tuttavia perdere la femminilità, la compiacenza e la passività proprie del ruolo femminile tradizionale.
L’Industria della Dieta propaganda incessantemente strumenti, strategie, programmi e qualsiasi altro mezzo che possa essere impiegato per la perdita di peso - indipendentemente dal fatto che questo si traduca in un vantaggio per il consumatore in termini di salute psico-fisica - sfruttando il bisogno dei soggetti che vogliono o devono perdere peso, la loro mancanza di consapevolezza e di preparazione necessaria ad affrontare il difficile percorso del dimagrimento rispetto ad una condizione di sovrappeso/obesità, spesso sostenute dall’ambiente e da condizioni genetiche predisponenti, o rispetto al deficit dell’identità.
Da non sottovalutare è anche l’enfasi posta nell’ultimo decennio dalla nostra società, sui benefici fisiologici e psicologici dell’attività fisica regolare, il controllo del peso e la riduzione dell’introduzione dei grassi, propagandati come stile di vita salutare. Lo stare a dieta, pertanto, rappresenta uno dei più importanti fattori di rischio per lo svilupparsi di disturbi dell’alimentazione.
Qual’è la diffusione dei disturbi del comportamento alimentare?
4-8 nuovi casi annui per 100.000 abitanti per l’anoressia nervosa;
9-12 nuovi casi annui per 100.000 abitanti per la bulimia nervosa;
70 nuovi casi annui per 100.000 abitanti per i disturbi del comportamento alimentare NAS.
In particolare tra i DCA NAS, il Binge Eating Disorder (disturbo da abbuffate compulsive) affliggerebbe il 30-40% della popolazione di soggetti obesi che si rivolge ai servizi medici e chirurgici per interventi di controllo del peso, interessa gli uomini quasi quanto le donne e lo si ritrova in soggetti di età più avanzata.
Va sottolineato, inoltre, che i disturbi del comportamento alimentare sono in notevole aumento nella popolazione maschile (10-15% del totale).
La gravità di queste malattie è evidenziata dall’alta percentuale di mortalità per cause varie che arriva a sfiorare il 18% dei casi e dall’alta mortalità per suicidio.
Per ciò che riguarda questa patologia molto grave possiamo dire, che prima viene curata e che maggiori sono le possibilità di guarigione dalla malattia. E che anche se i disturbi sono appena iniziati E' FONDAMENTALE CHIEDERE SUBITO AIUTO UNO PSICOTERAPEUTA O AD UN CENTRO SPECIALIZZATO. Per ciò che riguarda la famiglia è molto complicato, ma il primo passo anche per i genitori è chiedere subito aiuto, se in un primo tempo la figlia non accetta l’aiuto è molto importante che almeno i genitori inizino loro un percorso, per aiutare la figlia.
Cos’è l’obesità?
L’obesità è una condizione caratterizzata da un aumento del peso corporeo, al di sopra di quello che sarebbe auspicabile per età e altezza, determinato da un accumulo di grassi nel tessuto adiposo in quantità eccessive rispetto alle necessità fisiologiche dell’organismo.
Quali sono le cause dell’obesità?
L’eziopatogenesi di questa malattia è multifattoriale. Interverrebbero nella sua patogenesi fattori:
biologici, genetici (in genere familiari) e metabolici (legati ad una scarsa attività fisica);
fattori sociali e culturali (che comportano l’adozione di comportamenti alimentari scorretti acquisiti, spesso, durante la primissima infanzia);
fattori psicologici (quali la scarsa autostima, la bassa autoconsapevolezza e le ridotte capacità di autonomizzazione).
Qual’è la diffusione dell’obesità?
La prevalenza di sovrappeso e obesità in Italia si aggira intorno al 36% risultando la più elevata d’Europa. Nelle regioni meridionali la percentuale sarebbe maggiore. Ne sono affetti i maschi più delle femmine.
Percorso diagnostico-terapeutico per sovrappeso-obesità
Da anni ormai la ricerca internazionale sull'obesità ha evidenziato che la restrizione alimentare, come unico strumento per il calo ponderale, dia risultati fallimentari sul lungo termine. Molti studi hanno addirittura messo in evidenza l'effetto "patogeno" di diete restrittive ripetute nel tempo, in quanto responsabili del configurarsi della "Weight Cycling Sindrome" o "Sindrome dello Yo-Yo". La dieta può innescare un circolo vizioso psico-biologico che induce l'incapacità di gestire il cibo e stimola attacchi di voracità. E' quindi utile prevenire tale circolo vizioso aiutando il paziente al recupero di un buon rapporto col cibo.
Il raggiungimento di tale obiettivo è possibile mediante una riabilitazione nutrizionale, incontri psicoterapeutici incentrati su quegli aspetti comportamentali che favoriscono e mantengono il disturbo alimentare stesso. Il percorso terapeutico viene costruito sulle esigenze di ogni singolo paziente, dopo una accurata fase diagnostica, che mira ad evidenziare gli elementi su cui si baserà la terapia stessa.
E’ molto importante per tutti quei soggetti che hanno sperimentato molte diete e che non hanno avuto benefici apprezzabili fare un percorso integrato dove oltre ad un’alimentazione controllata sia possibile fare un lavoro di sostegno psicoterapeutico per lavorare sui significati profondi attribuiti al cibo, e sulla relazione profonda con le proprie emozioni.
Fase diagnostica
Consta tre incontri con il paziente nei quali lo psicoterapeuta propone e organizza assieme al paziente un percorso su misura analizzando tutte le possibili varianti e ascoltando molto attentamente la storia del paziente.
Integrando con i test di diagnosi :
EDI II
BUT
SCL90
Fase terapeutica
Consiste in incontri settimanali della durata di 60 minuti suddivisi in due parti:
lavoro psico-corporeo sulle dinamiche intrapsichiche relazionali ed emozionali del paziente
approccio cognitivo comportamentale per gestire la fame e i momenti più difficili gestione e analisi del diario alimentare.
Percorso diagnostico-terapeutico per disturbi del comportamento alimentare
(Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa, Disturbo da Alimentazione Incontrollata)
Fase diagnostica
Lo Psicoterapeuta nell'ambito di 2-3 incontri e attraverso l'utilizzo di protocolli e supporti diagnostici per DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare), validati internazionalmente, effettua un’analisi riguardo quelle che sono le problematiche del paziente. L'inquadramento diagnostico viene integrato e completato, al fine di formulare il programma terapeutico che lo Psicoterapeuta presenterà al paziente.
Fase terapeutica
Consiste in incontri settimanali della durata di 60 minuti suddivisi in due parti:
lavoro psico-corporeo sulle dinamiche intrapsichiche relazionali ed emozionali del paziente
approccio cognitivo comportamentale per ristabilire un rapporto sano con il cibo e gestire i momenti di ricaduta. Gestione del diario alimentare.
E’ il sintomo che spinge ben sette milioni e mezzo di italiani ad essere consumatori abituali di "ansiolitici", cioè propriamente, i farmaci "antiansia". Non solo! Pur non riuscendo ben chiaramente a quantificarne il numero, si ritiene che altri cinque milioni di individui soffrano d’ansia e utilizzino farmaci composti da un ansiolitico associato ad altre molecole ad azione specifica per un organo piuttosto che per un altro (ci si riferisce qui soprattutto a organi quali il cuore, lo stomaco, l’intestino, i muscoli del collo e della schiena).
Sono quindi circa dodici milioni e mezzo in totale i consumatori di farmaci che combattono l’ansia. Va poi notato che molti disturbi degli apparati viscerali sono considerati disturbi del "sistema nervoso", cioè disfunzioni degli organi su "base ansiosa".
Ma che cosa è l’ansia?
Quella fisiologica
L’ansia è un semplice evento emotivo comune e rappresenta spesso uno stato psicologico e corporeo dell’essere umano nei confronti delle vicissitudini della vita. Facciamo un esempio: quando una persona deve affrontare una prova entra in genere in lieve stato ansioso. Il suo corpo e la sua psiche si "orientano" verso l’imminente evento quasi per prepararsi a risolverlo nel miglior modo possibile. In questo caso l’ansia "moderata" e di breve durata sembra essere un segno di adattamento dell’individuo a situazioni ambientali che gli richiedono risposte soddisfacenti. L’aumento dell’attenzione, della concentrazione, della memoria, della tensione muscolare e di altre funzioni psicofisiche (come per esempio l’innalzamento della pressione del sangue, del battito cardiaco) è considerato come una sorta di "carica energetica" finalizzata al superamento della prova. Tuttavia quando in altre situazioni questo stato è continuo oppure diviene troppo intenso provoca al contrario, la "caduta" delle funzioni sopra descritte. In altre parole la persona può perdere memoria, concentrazione, essere disattenta, sentirsi troppo stanca e improvvisamente "vuota" dal punto di vista mentale tanto da essere incapace di adeguarsi normalmente alla vita di tutti i giorni. Questo caso rientra nel campo dei lievi disturbi ansiosi superabili in breve o, come vedremo, con rimedi omeopatici o erboristici o con un percorso di psicoterapia o sostegno .
Come si manifesta
La sindrome ansiosa è un profondo disagio psicologico caratterizzato dall’angoscia e spesso accompagnato da sintomi corporei variegati con diversi livelli di intensità. In medicina si distinguono tre sindromi principali: l’ansia acuta, o "disturbo di attacchi di panico"; l’ansia di tipo cronico e "ansia generalizzata"; l’ansia causata da un evento traumatico o particolarmente stressante.
Vediamoli uno per uno.
Disturbi d'ansia generalizzata
Il GAD è caratterizzato da un costante, e peraltro ingiustificato, senso di preoccupazione verso qualsiasi evento che raggiunge una tale gravità da causare una sintomatologia che persiste per almeno sei mesi.
I sintomi che possono comparire in questa patologia sono:
costante inquietudine: i soggetti temono il peggio e non possono controllare il loro stato d'ansia e di apprensione
dolori muscolari aumento dello stato di vigilanza
insonnia
difficoltà di concentrazione
sudorazione, tachicardia, vertigini, diarrea, ecc
cefalea
Questo disturbo può compromettere la qualità di vita delle persone che ne sono affette poiché esse vivono in uno stato di tensione continua,
si preoccupano non solo per gli eventi quotidiani della vita, per lo stress a cui sono sottoposti, ma per qualsiasi cosa: i familiari, la salute, la situazione economica, il lavoro, il mondo che li circonda.
Un senso di ansia, a volte vago, altre greve, accompagna immancabilmente questi soggetti.
Sono irrequieti, tesi, hanno difficoltà a concentrarsi, per quanto stanchi non riescono a sedersi, non riescono a riposare.
La naturale conseguenza è un progressivo isolamento, prima dagli amici, poi dal lavoro, riducendo al minimo le proprie attività.
Alcuni sviluppano un episodio di depressione maggiore per cui si rivolgono allo specialista, altri, preoccupati per la loro salute, iniziano iter diagnostici e terapeutici dispendiosi e del tutto inutili. Se non riconosciuto e curato, il disturbo d'ansia generalizzato può protrarsi per molti anni riacutizzandosi nei momenti di maggiore stress.
Un esempio.
Un signore di quaranta anni, normalmente tranquillo, capace di seguire il lavoro, la famiglia, il tempo libero, con buoni risultati e grande soddisfazione.
Negli ultimi tempi sono aumentate le preoccupazioni sul lavoro e ha avuto qualche momento di difficoltà anche nel rapporto con gli altri, si sente più nervoso e meno concentrato, la sera fatica a prendere sonno e la mattina appena sveglio pensa con affanno a quello che dovrà fare durante la giornata.
Racconta di avere una sensazione costante di affaticamento muscolare e di tensione psicologica; è sicuro che i piccoli avvenimenti della vita recente non possono essere la causa di questo disagio.
Più cerca di ragionare per capire cosa sia successo e più s'innervosisce.
Un circolo vizioso senza fine in cui le soluzioni che si propone complicano di più la sua vita.
Soprattutto non si fa una ragione di alcuni segni fisici: una stretta alla nuca, l'irrequietezza, l'incapacità a stare fermo, alcuni formicolii, il minore appetito.
E' come se fosse sempre pronto a partire per una gara ad una velocità a cui non si è mai iscritto.
La diagnosi di ansia generalizzata viene dal fatto che non c'è nessuno dei sintomi comuni agli altri disturbi d'ansia.
Non deve stupire il fatto che manchi una causa o un elemento scatenante, perché questo disturbo ha, come anche altri, la caratteristica di non poter riconoscere un motivo esterno che lo giustifichi.
Ed è questa spesso la causa di maggiore preoccupazione per chi ne è affetto.
Disturbo post-traumatico da stress
Questo disturbo si verifica in seguito ad un trauma molto forte subito dalla persona. Nel disturbo post-traumatico da stress si ha una risposta estrema ad un fattore fortemente stressogeno, risposta che comprende un aumento notevole del livello di ansia, l'evitamento degli stimoli associati al trauma e un indebolimento della reattività emozionale. Benché già in precedenza vi fosse la consapevolezza che gli eventi traumatici vissuti in combattimento potevano produrre nei soldati effetti negativi molto potenti, furono le conseguenze della guerra del Vietnam a sollecitare il riconoscimento di questo nuovo disturbo, il quale non risulta solamente da esperienze di guerra ma anche, per esempio, da violenze fisiche e sessuali.
Il disturbo post-traumatico da stress, o PTSD (dall'inglese post-traumatic stress disorder), risulta definito da una costellazione di sintomi; ma a differenza di quanto avviene per altri disturbi psicologici, nella definizione di questa condizione è compresa anche la parte riguardante l'origine della stessa, ovvero un evento traumatico che la persona ha vissuto direttamente, o a cui ha assistito, e che ha implicato morte, minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all'integrità fisica propria o di altri. L'evento deve avere creato una paura intensa, orrore e un senso di impotenza.
Il disturbo post-traumatico da stress si differenzia dal disturbo acuto da stressin base alla durata dei sintomi. Mentre il disturbo acuto da stress si risolve in genere entro un mese dal suo esordio, quello post traumatico continua. Quasi tutte le persone che vivono un'esperienza traumatica subiscono uno stress (vedi stress), ma non è detto che questo provochi la comparsa di un disturbo vero e proprio. Si parla di disturbo quando la persona, a causa dei sintomi provocati dal trauma, vede il proprio funzionamento sociale o lavorativo compromesso in maniera significativa. L'inclusione di questo disturbo tra quelli proposti dal DSM rappresenta un riconoscimento formale del fatto che, indipendentemente dalla loro storia clinica, molte persone subiscono notevoli effetti negativi a causa di fattori traumatici estremi, e che occorre distinguere questa reazione da altre forme di psicopatologia; in altri termini,
la causa primaria del disturbo post-traumatico da stress risiede in un evento esterno, non nella persona.
I principali sintomi sono tre:
Chi soffre del disturbo rivive persistentemente l'evento traumatico, anche attraverso incubi notturni. Stimoli che rappresentano simbolicamente l'evento (per es. il tuono, che ricorda a un reduce il rombo del campo di battaglia) oppure gli anniversari di una determinata esperienza causano intenso disagio psicologico. Il fatto di rivivere l'esperienza traumatica è un aspetto la cui importanza non può essere sottovalutata, dato che è la fonte probabile delle altre categorie di sintomi. Secondo alcune teorie, il rivivere l'evento traumatico sarebbe la caratteristica centrale del disturbo post-traumatico da stress (Foa, Zinbarg e Rothbaum, 1992; Horowitz, 1986), in quanto la persona non sarebbe in grado di integrare l'evento traumatico all'interno della sua esperienza di vita e delle sue convinzioni preesistenti.
Un altro comportamento cruciale del disturbo è costituito dall'evitamento degli stimoli associati con l'evento e dalla attenuazione della reattività generale. La persona cerca di evitare di pensare al trauma o di essere esposta a stimoli che possano riportarglielo alla mente; a volte può essere incapace di ricordare aspetti importanti dell'evento traumatico. L'abbassamento della reattività generale si manifesta nel diminuito interesse per gli altri, in un senso di distacco e di estraneità, e nell'incapacità di provare emozioni positive. Questi sintomi sembrano essere contraddittori con quelli esposti poco più su; in realtà il disturbo post-traumatico da stress è caratterizzato da fluttuazione, ovvero dal passaggio attraverso fasi alterne in cui la persona dimentica l'esperienza traumatica e altre in cui essa raffiora violentemente.
Infine sono presenti sintomi di aumentata attivazione fisiologica. Questi sintomi comprendono la difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, la difficoltà a concentrarsi, l'ipervigilanza (vedi glossario) ed esagerate risposte di allarme. Studi di laboratorio hanno confermato questi sintomi clinici documentando l'aumento della reattività fisiologica nei pazienti affetti da disturbo post-traumatico da stress, aumento finalizzato a combattere le immagini prodotte dalla loro mente e la notevole intensità delle loro risposte di allarme.
Altri problemi che si associano spesso a questo disturbo sono ansia, depressione, rabbia, senso di colpa, abuso di sostanze (automedicazioni per alleviare il disagio), problemi coniugali e sul lavoro. Comuni sono anche i pensieri e i progetti di suicidio, e così pure episodi esplosivi di violenza e problemi di natura psicofisiologica connessi con lo stress, come dolori lombari, cefalea e disturbi gastrointestinali.
Molte persone si ritrovano a vivere esperienze traumatiche, ma non tutte sviluppano il disturbo post-traumatico da stress. Da un recente studio, per esempio, è emerso che solo il 25% delle persone passate attraverso un evento traumatico con conseguenti lesioni fisiche aveva in seguito sviluppato il disturbo (Shalev et al., 1996).
Si può quindi concludere che l'evento in sé non può essere l'unica causa del disturbo. Attualmente la ricerca in questo campo sta tentando di individuare quali fattori distinguano gli individui che in seguito a un grave trauma sviluppano il disturbo post-traumatico da stress da quelli che non lo sviluppano.
La fobia è una paura marcata e persistente con caratteristiche peculiari:
è sproporzionata rispetto al reale pericolo dell’oggetto o della situazione;
non può essere controllata con spiegazioni razionali, dimostrazioni e ragionamenti;
supera la capacità di controllo volontario che il soggetto è in grado di mettere in atto;
produce l’evitamento sistematico della situazione-stimolo temuta;
permane per un periodo prolungato di tempo senza risolversi o attenuarsi;
comporta un certo grado di disadattamento per l’interessato;
l’individuo riconosce che la paura è irragionevole e che non è dovuta ad effettiva pericolosità dell’oggetto, attività o situazione temuta.
La fobia è dunque una paura estrema, irrazionale e sproporzionata per qualcosa che non rappresenta una reale minaccia e con cui gli altri si confrontano senza particolari tormenti psicologici. Chi ne soffre, infatti, è sopraffatto dal terrore all'idea di venire a contatto magari con un animale innocuo come un ragno o una lucertola, o di fronte alla prospettiva di compiere un'azione che lascia indifferenti la maggior parte delle persone (ad esempio, il claustrofobico non riesce a prendere l'ascensore o la metropolitana).
Le persone che soffrono di fobie si rendono perfettamente conto dell'irrazionalità di certe reazioni emotive, ma non possono controllarle.
L'ansia da fobia, o "fobica", si esprime con sintomi fisiologici come tachicardia, disturbi gastrici e urinari, nausea, diarrea, senso di soffocamento, rossore, sudorazione eccessiva, tremito e spossatezza. Si sta male e si desidera una cosa sola: fuggire!
Scappare, d'altra parte, è una strategia di emergenza.
La tendenza ad evitare tutte le situazioni o condizioni che possono essere associate alla paura, sebbene riduca sul momento gli effetti della paura, in realtà costituisce una micidiale trappola: ogni evitamento, infatti, conferma la pericolosità della situazione evitata e prepara l'evitamento successivo (in termini tecnici si dice che ogni evitamento rinforza negativamente la paura). Tale spirale di progressivi evitamenti produce l'incremento, non solo della sfiducia nelle proprie risorse, ma anche della reazione fobica della persona, al punto da interferire significativamente con la normale routine dell'individuo, con il funzionamento lavorativo o scolastico oppure con le attività o le relazioni sociali
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Tachicardia, sudorazione improvvisa, tremore, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea, paura di morire o di impazzire, brividi o vampate di calore, sono solo alcuni dei sintomi che caratterizzano un attacco di panico.
Chi l’ha provato la descrive come un esperienza terribile, spesso improvvisa ed inaspettata, almeno la prima volta. E’ ovvio che la paura di un nuovo attacco diventa immediatamente forte e dominante.
Il singolo episodio, quindi, sfocia facilmente in un vero e proprio disturbo di panico, più per "paura della paura" che altro. La persona si trova rapidamente invischiata in un tremendo circolo vizioso che spesso si porta dietro la cosiddetta "agorafobia", ovvero l’ansia relativa all’essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile un aiuto, nel caso di un attacco di panico inaspettato.
Diventa così pressoché impossibile uscire di casa da soli, viaggiare in treno, autobus o guidare l’auto, stare in mezzo alla folla o in coda, e cosi via.
L’evitamento di tutte le situazioni potenzialmente ansiogene diviene la modalità prevalente ed il paziente diviene schiavo del suo disturbo, costringendo spesso tutti i familiari ad adattarsi di conseguenza, a non lasciarlo mai solo e ad accompagnarlo ovunque, con l’inevitabile senso di frustrazione che deriva dal fatto di essere "grande e grosso" ma dipendente dagli altri, che può condurre ad una depressione secondaria.
Descrizione dettagliata del disturbo
La caratteristica essenziale del Disturbo di Panico è la presenza di Attacchi di Panico ricorrenti, inaspettati, seguiti da almeno 1 mese di preoccupazione persistente di avere un altro Attacco di Panico.
La persona si preoccupa delle possibili implicazioni o conseguenze degli Attacchi di Panico e cambia il proprio comportamento in conseguenza degli attacchi, principalmente evitando le situazioni in cui teme che essi possano verificarsi.
Il primo Attacco di Panico è generalmente inaspettato, cioè si manifesta "a ciel sereno", per cui il soggetto si spaventa enormemente e, spesso, ricorre al pronto soccorso.
Per la diagnosi sono richiesti almeno due Attacchi di Panico inaspettati, ma la maggior parte degli individui ne hanno molti di più.
La frequenza e la gravità degli Attacchi di Panico varia ampiamente. Ad esempio alcuni individui presentano attacchi moderatamente frequenti (per es., una volta a settimana), che si manifestano regolarmente per mesi. Altri riferiscono brevi serie di attacchi più frequenti (per es., quotidianamente per una settimana) intervallate da settimane o mesi senza attacchi o con attacchi meno frequenti (per es., due ogni mese) per molti anni.
Vi sono anche i cosiddetti attacchi paucisintomatici, molto comuni negli individui con Disturbo di Panico, che sono degli attacchi in cui si manifestano soltanto una parte dei sintomi del panico, senza esplodere in un vero attacco. La maggior parte degli individui con attacchi paucisintomatici, tuttavia, hanno avuto Attacchi di Panico completi in qualche momento nel corso del disturbo.
Gli individui con Disturbo di Panico mostrano caratteristiche preoccupazioni o interpretazioni sulle implicazioni o le conseguenze degli Attacchi di Panico. Alcuni temono che gli attacchi indichino la presenza di una malattia non diagnosticata, pericolosa per la vita (per es., cardiopatia, epilessia). Nonostante i ripetuti esami medici e la rassicurazione possono rimanere impauriti e convinti di avere una malattia pericolosa per la vita. Altri temono che gli Attacchi di Panico indichino che stanno "impazzendo" o perdendo il controllo, o che sono emotivamente deboli. La preoccupazione per il prossimo attacco o per le sue implicazioni sono spesso associate con lo sviluppo di condotte di evitamento che possono determinare una vera e propria Agorafobia, nel qual caso viene diagnosticato il Disturbo di Panico con Agorafobia.
La depressione è un disturbo sicuramente diffuso tra la popolazione generale e quindi molto ben conosciuto.
Sembra, infatti, che ne soffra dal 10% al 15% della popolazione, con una diffusione maggiore tra le donne.
Generalmente chi ne soffre mostra un umore depresso, una marcata tristezza quasi quotidiana e tende a non riuscire più a provare lo stesso piacere nelle attività che provava prima. Le persone che soffrono di depressione, si sentono sempre giù, l’umore ed i pensieri sono sempre negativi. Sembra che presentino un vero e proprio dolore di vivere, che li porta non riuscire a godersi più nulla.
Oltre a questi sintomi primari, normalmente succede che le persone che soffrono di questo disturbo ne presentino altri, quali:
un appetito aumentato o diminuito;
un aumento o una diminuzione del sonno;
spesso un marcato rallentamento motorio o, al contrario, una marcata agitazione;
una marcata affaticabilità;
una ridotta capacità di concentrarsi;
una tendenza molto forte ad incolparsi, a svalutarsi;
pensare al suicidio.
Chi soffre di depressione può soffrirne in modo ACUTO (cioè presenta delle fasi di depressione molto acute ed improvvise, che magari tendono a scomparire da sole o con una terapia) oppure soffrirne costantemente, anche se in forma leggera, con alcuni improvvisi momenti di peggioramento.
Spesso i parenti spronano chi ne soffre a reagire, a sforzarsi.
Questo ovviamente in buona fede, senza rendersi conto che ciò tende a far sentire chi ne soffre ancora più in colpa.
L’atteggiamento migliore da tenere è quello di aiutare gradatamente chi ne soffre a riprendere le proprie attività, assumere un'adeguata terapia farmacologica ed intraprendere una psicoterapia.
Il Disturbo Depressivo è associato ad una elevata mortalità. Fino al 15% degli individui con un Disturbo Depressivo grave muore per suicidio.
Altri disturbi mentali sono frequentemente presenti contemporaneamente al Disturbo Depressivo (per es., Disturbi Correlati a Sostanze, Disturbo di Panico, Disturbo Ossessivo-Compulsivo, Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa, Disturbo Borderline di Personalità).
Fino al 20%-25% degli individui con certe condizioni mediche generali (per es., diabete, infarto del miocardio, carcinomi, ictus) svilupperanno il Disturbo Depressivo nel corso della loro condizione medica generale. D'altra parte, il trattamento della condizione medica generale è più complesso, e la prognosi è meno favorevole, se è presente il Disturbo Depressivo.
Il Disturbo Depressivo (Singolo o Ricorrente) è due volte più comune nelle femmine adolescenti e adulte che nei maschi adolescenti e adulti. Nei bambini prepuberi, maschi e femmine sono ugualmente affetti. Le frequenze negli uomini e nelle donne sono più elevate nel gruppo di età dai 25 ai 44 anni mentre le frequenze sono più basse sia per gli uomini che per le donne oltre i 65 anni.
Gli studi sul Disturbo Depressivo hanno riportato una vasta gamma di valori riguardo alla proporzione della popolazione adulta affetta dal disturbo. Il rischio nel corso della vita per il Disturbo Depressivo in campioni di comunità varia dal 10% al 25% per le donne, e dal 5% al 12% per gli uomini. Il tasso di malattia sembra non essere in relazione con l'etnia, l'educazione, il reddito o lo stato coniugale.
Il Disturbo Depressivo può esordire ad ogni età, con un'età media di esordio intorno ai 25 anni. Alcuni hanno episodi isolati seguiti da molti anni senza sintomi, mentre altri hanno gruppi di episodi, e altri ancora hanno episodi sempre più frequenti con l'aumentare dell'età. Alcuni dati suggeriscono che i periodi di remissione generalmente durano più a lungo all'inizio del decorso del disturbo. Il numero di episodi precedenti predice la probabilità di sviluppare un successivo Episodio Depressivo.
Gli Episodi del Disturbo Depressivo spesso seguono un grave evento psicosociale stressante, come la morte di una persona cara o il divorzio. Gli studi suggeriscono che gli eventi psicosociali (eventi stressanti) possono giocare un ruolo più significativo nel precipitare il primo o il secondo episodio del Disturbo Depressivo e avere meno importanza per l'esordio degli episodi successivi.
Il disturbo bipolare non è particolarmente frequente nella popolazione generale. Sembra infatti che ne sia affetto una percentuale che va dallo 0.4% al 1,5% della popolazione.
Ciononostante è un disturbo serio e invalidante, che merita una certa attenzione.
Chi soffre di questa condizione tende a presentare fasi depressive seguite da fasi maniacali.
Le fasi depressive sono caratterizzate da un umore particolarmente basso, una marcata e profonda tristezza e dalla sensazione che non ci sia più nulla in grado di dare piacere. Inoltre, durante queste fasi, il sonno può facilmente aumentare o diminuire, così come l’appetito; concentrarsi su un’attività diventa più difficile. A volte la disperazione ed il senso di vuoto sono così marcati che le persone pensano al suicidio.
Le fasi maniacali, in alcuni casi, sono esattamente il contrario delle fasi depressive. Sono caratterizzate, infatti, da un umore particolarmente euforico, dalla sensazione che tutto sia possibile e da un ottimismo eccessivo. Le idee ed i pensieri si accavallano rapidamente nella mente ed a volte diventano così veloci che spesso diventa difficile seguirli. Il comportamento diventa disorganizzato ed inconcludente. L’energia è tanta che spesso chi attraversa queste fasi non sente il bisogno di mangiare o dormire ed ha la sensazione di poter fare qualsiasi cosa, a tal punto da commettere azioni impulsive o compromettenti, come spese folli o imprese avventate.
In altri casi, tuttavia, la fase maniacale non è caratterizzata da umore euforico, bensì disforico, ovvero da un senso costante di rabbiosità e ingiustizia subita, intolleranza, irritabilità e, spesso, vera e propria aggressività, mancando la capacità di valutare adeguatamente le conseguenze delle proprie azioni.
Generalmente le fasi depressive tendono a durare maggiormente rispetto a quelle maniacali: di solito le prime durano da qualche settimana a qualche mese, mentre le seconde da una a due settimane.
A volte il passaggio da una fase all’altra è immediato, a volte, invece, intercorre un periodo di umore normale. Solitamente una fase insorge lentamente, mentre a volte può arrivare improvvisamente.
La psicosomatica è un ampio campo della patologia che si colloca a metà strada tra la medicina e la psicologia, in quanto indaga la relazione tra mente e corpo, ovvero tra il mondo emozionale ed affettivo e il soma. Nello specifico, ha lo scopo di rilevare e comprendere gli effetti negativi che la psiche, la mente, produce sul soma, il corpo.
I disturbi psicosomatici si possono considerare malattie vere e proprie che comportano danni a livello organico e che sono causate o aggravate da fattori emozionali.
I sintomi psicosomatici coinvolgono il sistema nervoso autonomo e forniscono una risposta vegetativa a situazioni di disagio psichico o di stress. Le emozioni negative, come il risentimento, il rimpianto e la preoccupazione possono mantenere il sistema nervoso autonomo (sistema simpatico) in uno stato di eccitazione e il corpo in una condizione di emergenza continua, a volte per un tempo più lungo di quello che l’organismo è in grado di sopportare. I pensieri troppo angosciosi, quindi, possono mantenere il sistema nervoso autonomo in uno stato di attivazione persistente il quale può provocare dei danni agli organi più deboli.
Disturbi di tipo psicosomatico possono manifestarsi nell’apparato gastrointestinale (gastrite, colite ulcerosa, ulcera peptica), nell’apparato cardiocircolatorio (tachicardia, aritmie, cardiopatia ischemica, ipertensione essenziale), nell’apparato respiratorio (asma bronchiale, sindrome iperventilatoria), nell’apparato urogenitale (dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce o anorgasmia, enuresi), nel sistema cutaneo (la psoriasi, l'acne, la dermatite atopica, il prurito, l'orticaria, la secchezza della cute e delle mucose, la sudorazione profusa), nel sistema muscoloscheletrico (la cefalea tensiva, i crampi muscolari, il torcicollo, la mialgia, l'artrite, dolori al rachide, la cefalea nucale) e nell’alimentazione.
Sintomi psicosomatici sono comuni nelle varie forme di depressione e in quasi tutti i disturbi d'ansia, ma esistono dei disturbi psicosomatici veri e propri in assenza di altri sintomi di natura psicologica, che rendono più difficile, per il soggetto, imputare il malessere fisico ad un problema psicologico piuttosto che ad un malfunzionamento organico.